Il Palazzo comunale, uno dei più antichi edifici di Appignano, fu ricostruito nel 1812. Presenta una facciata con tre archi e due nicchie che introducono a un porticato a crociera.
È una delle costruzioni più antiche di Appignano, ma la sua struttura originaria è stata modificata nel corso del tempo fino ad assumere l’aspetto attuale. Tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento, l’edificio presentava un prospetto con loggia, dove venivano dipinti gli stemmi dei pontefici appena eletti. La loggia era anche il luogo deputato a manifestare la devozione collettiva alla Vergine Maria, protettrice della comunità.
Il 26 aprile 1605, all’indomani dell’elezione di papa Clemente VIII Aldobrandini, si dispose di far dipingere sulla loggia del Palazzo lo stemma del nuovo pontefice e l’immagine della Madonna con il Bambino. Nel 1627 si decise inoltre di affrescare un’altra immagine della Vergine su una parete della sala destinata alle adunanze del consiglio.
Proprio in quel periodo ebbe inizio la lunga e travagliata vicenda conservativa del Palazzo, segnata da restauri a volte consistenti, a volte parziali e frammentari. Fu solo dalla metà del Settecento, con il peggioramento delle condizioni strutturali, che si cominciò a pensare a interventi radicali. Nel febbraio del 1755, l’edificio risultava pericolante in ogni sua parte e la situazione continuava a peggiorare. Fu convocato l’architetto Giuseppe Presani per una valutazione: egli suggerì di demolire l’intero stabile e ricostruirlo con dimensioni più contenute e una distribuzione interna più funzionale. Tuttavia, il suo progetto non fu approvato, e si decise di richiedere una nuova perizia. Il 23 novembre 1756, il consiglio comunale deliberò di demolire solo la parte superiore dell’edificio. Ma i lavori, ancora fermi nel 1760, iniziarono solo nell’aprile dell’anno successivo.
Nel dicembre 1790 il Palazzo versava nuovamente in condizioni disastrose, tanto che nel 1791 si decise di attuare una nuova perizia, affidata all’architetto Mattia Capponi di Cupramontana, che propose anche l’ampliamento della strada per agevolare l’apertura del cantiere. Anche questo progetto, però, rimase irrealizzato. Nel 1806 il palazzo era ancora in stato di grave degrado e la comunità, stretta da difficoltà economiche croniche, dovette chiedere alla Congregazione dei Vescovi l’autorizzazione a vendere alcuni beni comunali, tra cui la casa del medico e quella del maestro, per finanziare la ricostruzione.
Fortunatamente, durante il periodo dell’occupazione e dell’amministrazione francese, si creò un contesto favorevole per avviare un nuovo intervento: per una spesa di tremilacinquecento lire si progettò la costruzione di una nuova facciata, l’ampliamento della piazza antistante e persino la realizzazione di un cimitero. Tuttavia, fu avviato solo il cantiere per il nuovo Palazzo Comunale, che giunse quasi a conclusione nel 1812. I fondi rimanenti furono destinati al completamento degli interni, rinunciando all’allargamento della piazza.
L’attuale struttura del Palazzo è a pianta quadrata, con una facciata caratterizzata da un rigoroso equilibrio compositivo e una simmetria ben calibrata. Al piano terreno si apre una loggia con tre archi, mentre il frontone a doppio timpano, oggi non più esistente, richiamava i canoni del neoclassicismo. Negli anni Cinquanta del Novecento, la sopraelevazione del fabbricato di un ulteriore piano portò alla rimozione del timpano e dell’orologio annesso, compromettendo l’armonia della facciata ottocentesca e causando anche seri problemi statici, che portarono infine all’abbandono dell’edificio. Grazie a un intervento di ristrutturazione, il Palazzo ha ritrovato la sua funzione pubblica originaria.